MONI OVADIA È IN SCENA DAL 9 AL 13 FEBBRAIO
- 7 Febbraio 2005
- Generale
Ritorna sul palcoscenico del Politeama Rossetti uno degli artisti più
amati dal nostro pubblico, Moni Ovadia, protagonista e autore di uno
spettacolo di grande fascino e interesse: si tratta di Konarmija –
L’Armata a cavallo, in scena per la stagione “Prosa” del Teatro Stabile
del Friuli-Venezia Giulia da mercoledì 9 a domenica 13 febbraio.
Nello spettacolo – prodotto da Nuova Scena-Arena del Sole – Moni Ovadia recita assieme a dodici interpreti di diverse nazionalità: il polacco Roman Siwulak, per vent’anni a fianco di Tadeusz Kantor, il russo Ilià Popov, l’ucraina Olena Skakun e i musicisti-attori che da anni lo accompagnano nei suoi spettacoli, Stefano Corradi (clarinetto basso), Luca garlaschelli (contrabbasso), Janos Hasur (violino), Massimo Marcer (tromba), Albert Mihai (fisarmonica), Vincenzo Pasquariello (pianoforte), Paolo Rocca (clarinetto), Marian Serban (cymbalon), Emilio Vallorani (flauti e percussioni).
Konarmija – L’armata a cavallo, ci pone davanti a uno scenario suggestivo e contraddittorio e ad una complessa riflessione.
Una possente partitura d’immagini, suoni, musiche, canti e parole, sono le armi con cui si combattono i due grandi cori dei bolscevichi e degli zaristi. Fra loro un drappello di musicisti – i cavalleggeri rossi – suona l’epopea dei rivoluzionari mentre una piccola umanità di sconfitti (gli attori di Moni Ovadia) gridano lo sgomento di chi è stritolato da meccanismi troppo grandi…
Konarmija è recitato in russo, yddish e italiano: le prime due, lingue dell’interiorità musicale dell’evento; l’italiano è lingua della comprensione e del senso.
Lo spettacolo s’ispira all’omonimo capolavoro dello scrittore ebreo-russo Isaac Babel’ che giunge per la prima volta sulla scena teatrale: Babel’, intellettuale e rivoluzionario, morì in un campo di concentramento stalinista nel 1941 dopo aver combattuto sul fronte russo-polacco nella guerra civile che seguì alla Rivoluzione d’Ottobre. Nascono da tale esperienza i racconti de L’armata a cavallo, dove il personaggio di Ljutov è la perfetta proiezione dell’autore e come lui, si unisce alla mitica Armata cercando un “battesimo di violenza” che gli assicuri la piena legittimità di rivoluzionario. Ma anche assieme ai feroci cosacchi Ljutov non riesce a forzare la propria natura d’intellettuale, educato alle profondità dell’ebraismo khassidico, né a superare la contraddizione col comandamento “non … ucciderai”. Compie un unico gesto violento, vittima un’oca, che gli provoca terribili incubi e rimorsi. Di contro, sa guardare alla popolazione dolente dell’orizzonte di guerra che lo circonda con partecipazione e senza mai giudicare. Dalle sue pagine affiorano dunque figure fragili e feroci, deboli e orgogliose, eroiche e vinte raccontate nella loro disperata e comune umanità.
Le ritroveremo nelle piccole storie tragiche, buffe, poetiche che Ovadia crea sul palcoscenico, momenti minimi eppure universali di una guerra che divise uomini e donne, padri, figli, fratelli: non semplicemente “Bianchi” e “Rossi” come la Storia ci racconta.
Fra questi protagonisti, al cieco rapsodo Ghedali – un venditore di cianfrusaglie – spetta il ruolo e il sogno di conciliare ebraismo e rivoluzione. «Dov’è la dolce rivoluzione? – grida Ghedali - La rivoluzione è gioia e felicità. Noi sappiamo cos’è l’Internazionale, dateci un’Internazionale di uomini buoni».
Non è una prospettiva tanto folle la sua, se pensiamo che il gruppo dei dirigenti bolscevichi che aveva messo in atto la rivoluzione era largamente composta di ebrei e se notiamo che c’è una presenza ebraica in molti movimenti rivoluzionari socialisti, comunisti…
Moni Ovadia – con l’acutezza che lo contraddistingue e lo rende uno degli artisti più amati dal pubblico italiano – fa notare che infondo Abrahamo stesso è stato un ineguagliato rivoluzionario spezzando gli idoli e lo scettro di ogni possibile tiranno, per non dire di Mosè che rompe le catene della schiavitù per inaugurare una vita basata sulla libertà. Rispetto a loro però i rivoluzionari dell’ultimo secolo non hanno tenuto conto di avere davanti un uomo fragile, precario, contraddittorio…
Secondo Ovadia Ghedali incarna proprio questa straziante contraddizione del processo rivoluzionario: l’uomo è vulnerabile, troppo precario e complesso al cospetto delle grandi tragedie storiche. Ma la storia che viene raccontata in scena non è storia di orrori: è anche storia di sacrifici, idee, entusiasmi, dedizione su cui merita soffermarsi. Magari per credere che la Storia non è finita e che c’è ancora la possibilità di conquistare sulla terra giustizia, uguaglianza e libertà.
Scritto da Moni Ovadia, L’armata a cavallo si avvale delle scene di Leonardo Scarpa e delle luci di Gigi Saccomandi; ha creato i costumi Elisa Savi. Le musiche originali e gli arrangiamenti sono di Carlo Boccadoro, mentre Mauro Magiaro ha curato il suono. I movimenti coreografici sono di Elisabeth Boeke, mentre i filmati - quasi quadri in movimento – presenti nello spettacolo, sono creazioni di Mauro Contini, storico braccio destro di Carmelo Bene.
Lo spettacolo è in abbonamento per il percorso “Prosa”; i biglietti ancora disponibili sono in vendita a 27,50 euro (Platea A), a euro 24 (Platea B), a 19 euro (Platea C) e a 14 euro (Gallerie), con riduzione per chi non supera i 25 anni d’età.
Nello spettacolo – prodotto da Nuova Scena-Arena del Sole – Moni Ovadia recita assieme a dodici interpreti di diverse nazionalità: il polacco Roman Siwulak, per vent’anni a fianco di Tadeusz Kantor, il russo Ilià Popov, l’ucraina Olena Skakun e i musicisti-attori che da anni lo accompagnano nei suoi spettacoli, Stefano Corradi (clarinetto basso), Luca garlaschelli (contrabbasso), Janos Hasur (violino), Massimo Marcer (tromba), Albert Mihai (fisarmonica), Vincenzo Pasquariello (pianoforte), Paolo Rocca (clarinetto), Marian Serban (cymbalon), Emilio Vallorani (flauti e percussioni).
Konarmija – L’armata a cavallo, ci pone davanti a uno scenario suggestivo e contraddittorio e ad una complessa riflessione.
Una possente partitura d’immagini, suoni, musiche, canti e parole, sono le armi con cui si combattono i due grandi cori dei bolscevichi e degli zaristi. Fra loro un drappello di musicisti – i cavalleggeri rossi – suona l’epopea dei rivoluzionari mentre una piccola umanità di sconfitti (gli attori di Moni Ovadia) gridano lo sgomento di chi è stritolato da meccanismi troppo grandi…
Konarmija è recitato in russo, yddish e italiano: le prime due, lingue dell’interiorità musicale dell’evento; l’italiano è lingua della comprensione e del senso.
Lo spettacolo s’ispira all’omonimo capolavoro dello scrittore ebreo-russo Isaac Babel’ che giunge per la prima volta sulla scena teatrale: Babel’, intellettuale e rivoluzionario, morì in un campo di concentramento stalinista nel 1941 dopo aver combattuto sul fronte russo-polacco nella guerra civile che seguì alla Rivoluzione d’Ottobre. Nascono da tale esperienza i racconti de L’armata a cavallo, dove il personaggio di Ljutov è la perfetta proiezione dell’autore e come lui, si unisce alla mitica Armata cercando un “battesimo di violenza” che gli assicuri la piena legittimità di rivoluzionario. Ma anche assieme ai feroci cosacchi Ljutov non riesce a forzare la propria natura d’intellettuale, educato alle profondità dell’ebraismo khassidico, né a superare la contraddizione col comandamento “non … ucciderai”. Compie un unico gesto violento, vittima un’oca, che gli provoca terribili incubi e rimorsi. Di contro, sa guardare alla popolazione dolente dell’orizzonte di guerra che lo circonda con partecipazione e senza mai giudicare. Dalle sue pagine affiorano dunque figure fragili e feroci, deboli e orgogliose, eroiche e vinte raccontate nella loro disperata e comune umanità.
Le ritroveremo nelle piccole storie tragiche, buffe, poetiche che Ovadia crea sul palcoscenico, momenti minimi eppure universali di una guerra che divise uomini e donne, padri, figli, fratelli: non semplicemente “Bianchi” e “Rossi” come la Storia ci racconta.
Fra questi protagonisti, al cieco rapsodo Ghedali – un venditore di cianfrusaglie – spetta il ruolo e il sogno di conciliare ebraismo e rivoluzione. «Dov’è la dolce rivoluzione? – grida Ghedali - La rivoluzione è gioia e felicità. Noi sappiamo cos’è l’Internazionale, dateci un’Internazionale di uomini buoni».
Non è una prospettiva tanto folle la sua, se pensiamo che il gruppo dei dirigenti bolscevichi che aveva messo in atto la rivoluzione era largamente composta di ebrei e se notiamo che c’è una presenza ebraica in molti movimenti rivoluzionari socialisti, comunisti…
Moni Ovadia – con l’acutezza che lo contraddistingue e lo rende uno degli artisti più amati dal pubblico italiano – fa notare che infondo Abrahamo stesso è stato un ineguagliato rivoluzionario spezzando gli idoli e lo scettro di ogni possibile tiranno, per non dire di Mosè che rompe le catene della schiavitù per inaugurare una vita basata sulla libertà. Rispetto a loro però i rivoluzionari dell’ultimo secolo non hanno tenuto conto di avere davanti un uomo fragile, precario, contraddittorio…
Secondo Ovadia Ghedali incarna proprio questa straziante contraddizione del processo rivoluzionario: l’uomo è vulnerabile, troppo precario e complesso al cospetto delle grandi tragedie storiche. Ma la storia che viene raccontata in scena non è storia di orrori: è anche storia di sacrifici, idee, entusiasmi, dedizione su cui merita soffermarsi. Magari per credere che la Storia non è finita e che c’è ancora la possibilità di conquistare sulla terra giustizia, uguaglianza e libertà.
Scritto da Moni Ovadia, L’armata a cavallo si avvale delle scene di Leonardo Scarpa e delle luci di Gigi Saccomandi; ha creato i costumi Elisa Savi. Le musiche originali e gli arrangiamenti sono di Carlo Boccadoro, mentre Mauro Magiaro ha curato il suono. I movimenti coreografici sono di Elisabeth Boeke, mentre i filmati - quasi quadri in movimento – presenti nello spettacolo, sono creazioni di Mauro Contini, storico braccio destro di Carmelo Bene.
Lo spettacolo è in abbonamento per il percorso “Prosa”; i biglietti ancora disponibili sono in vendita a 27,50 euro (Platea A), a euro 24 (Platea B), a 19 euro (Platea C) e a 14 euro (Gallerie), con riduzione per chi non supera i 25 anni d’età.
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2 Febbraio 2005
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