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  • Crediti

    Di: Odon von Horvath

    Traduzione: Emilio Castellani e Umberto Gandini

    Regia: Franco Enriquez

    Interpreti: Valeria Moriconi, Corrado Pani, Mario Adorf, Pina Cei, Micaela Esdra, Nestor Garay, Giorgio Valletta, Umi Raho, Giusi Carrara, Alberto Di Stasio, Anna Canzi, Paolo Picozzi, Lilia Carini, Stefano Lescovelli, Danilo Turk, Giovanna Fregonese, Jole D'Antoni, Gianfranco Saletta, Adelaide Zaccaria, Luciano D'Antoni, Caterina Manganella, Elisabetta Olivo, Gaia Franchetti, Bruno Bruni, Alberto Godena, Franco Ponti, Lidia Braico

    Scene: Sergio D’Osmo

    Costumi: Sergio D’Osmo

    Musiche: Giampaolo Coral

    Produzione: Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

    Repliche: 0

Odon von Horvath (Fiume 1901 - Parigi 1938) austriaco di famiglia ungherese, figlio di un diplomatico, esordì come drammaturgo nel 1920 con la pantomima Il libro delle danze, alla quale fecero seguito alcune commedie satiriche come Omicidio nel vicolo dei Mori (1924), Attorno al Congresso (1927) e La funivia (1929). L’autore compì un’attenta osservazione del mondo piccolo borghese, dei suoi vizi, dei suoi miti e delle sue crudeltà. Fra le sue opere maggiori Notte all’italiana (1930), Casimiro e Carolina (1932), Fede speranza carità (1936) e Figaro chiede il divorzio (1937). Storie del bosco viennese fu scritta nel 1931. Marianne si innamora perdutamente di Alfred, un cinico sfruttatore. Per lui abbandona il fidanzato Oskar, dando inizio a una tragica discesa verso il basso: il padre la scaccia di casa, l’amato l’abbandona, per campare ella si adatta al peggio, finisce in galera. Il figlio del peccato e della vergogna muore, ucciso dalla nonna tra l’indifferenza generale. Stretta nella trappola delle ottuse convenzioni sociali, Marianne accetterà alfine la degradante sistemazione familiare che le offre Oskar, rimasto in vindice attesa della sua sconfitta.

LO SPETTACOLO E LA CRITICA

La nuova produzione del Teatro Stabile non piacque alla critica. A essere colpito fu soprattutto il regista Enriquez, accusato di non aver saputo coordinare l’allestimento. «Una girandola di personaggi si alterna sulla scena […] Nel suo malcontinuo susseguirsi dei quadri, […] rischia di ridursi spesso a fatto meccanico, a un accumulo di episodi un po’ staccati, dove i personaggi hanno l’aria di incontrarsi, salutarsi e darsi appuntamento per la scena successiva» (Giorgio Bergamini su Il Piccolo). «Bisogna dire subito che si tratta di un copione splendido, ricco di un feroce acume critico. […] Enriquez non penetra minimamente nel tessuto creato da Horvath, ne assume per lo più la pellicola più esterna, che è poi quella naturalista. Ne sorte un effetto che allontana il pubblico dal nucleo interiore del testo, facendo percepire quello che di meccanico porta in realtà l’azione. […] Corrado Pani non risulta passabile nel ruolo del sopravvissuto Alfred […] più impegnata e precisa la Moriconi. […] Più positiva, al contrario, l’immagine terrificante disegnata dall’esperienza di Pian Cei» (Carlo Milic su Il Gazzettino). «L’azione si dipana e tocca il suo acme nei suoi momenti di maggiore esaltazione drammatica. Tutto il resto rimane lì, da interpretare solamente a cura degli addetti ai lavori. […] La resa degli interpreti appare molto disarticolata dall'affermazione di Valeri Moriconi […] al distacco di Corrado Pani» (Rudi Tepper su Il Messaggero Veneto). «Indubbiamente il regista non ha saputo cogliere o far rendere dai suoi eterogenei attori il senso ultimo di un testo come Storie del bosco viennese. […] Vanno ricordate le suggestive e funzionali scene di Sergio D’Osmo» (Sergio Brossi su Vita Nuova).

(Paolo Quazzolo)

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