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  • Crediti

    testo di Lucia Calamaro

    regia Mitipretese

    con Manuela Mandracchia Sandra Toffolatti, Mariangeles Torres e Monica Bianchi

    scena e costumi di Roberta Monopoli

    musiche di Francesco Santalucia

    disegno luci Cesare Agoni
    realizzazione Sergio Martinelli
    foto di scena Umberto Favretto

    produzione CTB Centro Teatrale Bresciano, Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Teatrodue di Parma

    Repliche: 18

PREZZO DEI BIGLIETTI

Posto unico Interi € 19 | Ridotti € 16 | 1

Last minute € 15

 

Prenotazioni abbonati prosa 6/9

Prenotazioni stelle 23/10 h. 10.00

Vendita biglietti 25/10 h. 10.00

Martedì 4 Dicembre
19:30
Mercoledì 5 Dicembre
21:00
Giovedì 6 Dicembre
21:00
Venerdì 7 Dicembre
19:30
Sabato 8 Dicembre
21:00
Domenica 9 Dicembre
17:00
Martedì 11 Dicembre
19:30
Mercoledì 12 Dicembre
21:00
Giovedì 13 Dicembre
21:00
Venerdì 14 Dicembre
19:30
Sabato 15 Dicembre
17:00
Domenica 16 Dicembre
17:00
Martedì 18 Dicembre
19:30
Mercoledì 19 Dicembre
21:00
Giovedì 20 Dicembre
21:00
Venerdì 21 Dicembre
19:30
Sabato 22 Dicembre
21:00
Domenica 23 Dicembre
17:00

È completamente declinato al femminile, “Sindrome italiana”, opera di un’intelligente autrice – Lucia Calamaro – e di un trio di attrici e registe di fine intuizione e di sicuro talento, come Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti e Mariangeles Torres. Ad un primo sguardo appare solo “femminile” anche l’argomento attorno a cui costruiscono questo lavoro, che invece squarcia l’orizzonte su una realtà che appartiene al nostro tempo. La drammaturga e le interpreti indagano con gli strumenti che attengono alla loro cifra stilistica: l’ironia e la passione civile. Sul tema in questione, fissano plurimi punti di vista.

Si definisce “Sindrome italiana” un tipo particolare di depressione: l’hanno studiata due psichiatri ucraini, dato che è un disturbo riscontrato in quelle numerose donne che per ragioni economiche sono costrette ad allontanarsi dalle loro famiglie dell’Est Europa e a occuparsi come badanti e colf in altri Paesi, molte proprio in Italia. Una simile scelta comporta una permanenza assai lunga, addirittura anni, lontano dalle loro città e dai loro affetti, e naturalmente la creazione di una diversa rete di rapporti professionali, ma anche di partecipazioni emotive. I problemi si manifestano quando queste donne rientrano nelle rispettive famiglie: riscontrano che il lungo distacco le ha allontanate emotivamente dai figli, i quali hanno vissuto senza di loro importanti evoluzioni di crescita e si sentono estranee, profondamente sole e soffrono una radicale scissione identitaria. Dopo tutto, qual è la loro vera famiglia? A quale parte d’Europa appartengono veramente? Un malessere profondo, che si esprime in cattivo umore, tristezza persistente, insonnia, stanchezza e addirittura in fantasie suicide.

È opportuno riflettere sulla lacerazione di queste donne, innanzitutto per una naturale empatia: d’altra parte è interessante perché rappresenta il riflesso di un’altra tacita sofferenza, questa volta di chi vive nell’Europa “dell’ovest”. C’è da chiedersi perché si crei una tale richiesta di figure assistenziali. Perché lo schema e il ritmo esistenziali sono diventati inumani. Si lavora in modo talmente intenso da non riuscire a ritagliare tempo per seguire i propri figli o i genitori anziani: ciò che vi è di più importante. Ed i modelli familiari, sempre più “centrifughi”, non consentono a chi invecchia di essere accompagnato e accudito nella progressiva e inevitabile diminuzione di indipendenza, senza che ciò comporti una dolorosa perdita di ruolo e di dignità. Rinunce gravissime: in nome di cosa? 

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