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Crediti
Di: William Shakespeare
Traduzione: Agostino Lombardo
Regia: Antonio Calenda
Interpreti: Michele Placido, Valentina Valsania, Adriano Braidotti, Sergio Romano, Rossana Mortara, Leo Zappitelli, Giorgio Lanza, Giancarlo Cortesi, Pino Michienzi, Stefano Alessandroni, Stefano Galante, Francesco Benedetto, Francesco Gusmitta, Christian Poggioni, Christian Cerne
Scene: Bruno Buonincontri
Costumi: Elena Mannini
Musiche: Germano Mazzocchetti
Produzione: Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
Repliche: 8
Otello è una delle tragedie più celebri di William Shakespeare (Stratford on Avon 1564 - 1616). Scritta verso il 1604, essa trae ispirazione da una novella di Giovan Battista Giraldi Cinzio. I cinque atti narrano la storia dell’infelice amore fra Desdemona, figlia del senatore veneziano Brabanzio, e il moro Otello, generale al servizio della repubblica. La gelosia senza limiti del protagonista viene stuzzicata dal perfido Jago il quale, per vendicarsi di una mancata nomina a luogotenente, porta il moro sull’orlo della pazzia, facendogli credere che Desdemona lo tradisca con Cassio. Convinto di ciò Otello, dopo aver ucciso Desdemona soffocandola, si toglie la vita.
(Paolo Quazzolo)
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SCHEDA DELLO SPETTACOLO
È un incontro di tensioni artistiche e creative a lungo atteso, quello fra Antonio Calenda e Michele Placido. Un regista di cui conosciamo bene il lavoro - ricco di pathos emotivo e sempre basato sullo studio rigoroso con gli interpreti - e un attore che nel cinema, in televisione, in palcoscenico, si offre con rara generosità e un'intensa vis espressiva. Un incontro dunque destinato a sfociare in un progetto importante. Dopo Riccardo III messo in scena nel 1997, con Franco Branciaroli, e Amleto, che nel '98 vide l'exploit di un giovane ma convincente Kim Rossi Stuart, Otello rappresenta la terza tappa dello studio che Calenda ha dedicato al teatro elisabettiano. Un dramma d'amore e morte, d'ardenti passioni e incolmabili diversità, ma soprattutto - come suggerisce Agostino Lombardo, autore della traduzione - una "tragedia della parola", per la centralità del linguaggio, attraverso cui - intuisce Shakespeare - il male penetra nel mondo e lo corrompe. Rispetto a Riccardo III (1593), ad Amleto (1601), Otello (del 1604) testimonia il passaggio del drammaturgo dall'analisi di una passione dominante messa al centro del testo, a una problematica più universale e ampia. Nello spettacolo infatti riconosceremo contraddizioni molto attuali legate alle differenze fra civiltà, ma anche un incisivo studio sulla gelosia, una dolente rappresentazione dell'opera del male. Un male incarnato da Iago - ruolo di notevole impegno sostenuto da Sergio Romano (applaudito lo scorso anno nella Fedra di Racine) - che con dialettica pungente e abilità istrionica intrappola in una gabbia di incomprensioni la limpida ma "disarmata" retorica di Otello. È il destino dell'eroe moderno: soccombere non più all'ira degli dei, ma alla "non comprensione" del mondo. La gelosia acceca Otello e l'invidioso Iago lo spinge alla frantumazione del suo mondo, all'uccisione dell'amata, al suicidio. Un dramma popolato da figure preziose (dai comprimari, ai protagonisti: Desdemona è una delle più affascinanti e misteriose creature del teatro moderno), con una splendida intensità poetica, restituita in scena da Michele Placido e da una compagnia giovane e vitale, che si è formata sotto la guida di Calenda e all'ombra dello Stabile, crescendo in entusiasmo, affiatamento, tecnica e partecipando a tutte le più recenti produzioni.