LUNGA GIORNATA VERSO LA NOTTE


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  • Crediti

    di Eugene O’ Neill

    regia di Arturo Cirillo

    con Milvia Marigliano, Arturo Cirillo, Rosario Lisma, Riccardo Buffonini

    scene Dario Gessati

    luci Mario Loprevite

    produzione Tieffe Teatro Milano

    Repliche: 5

Nel dramma di O’Neill, il regista Arturo Cirillo intravvede un’enorme celebrazione dell’immaginazione, e quindi del teatro stesso, dove i personaggi hanno continuamente un doppio binario di menzogna e verità. Al centro del dramma troviamo il microcosmo malato della famiglia Tyrone composto da una coppia anziana, James e Mary Tyrone e i loro due figli, Jamie ed Edmund.

Platea A Interi € 28 | Ridotti € 25 | 2

Platea B Interi € 25 | Ridotti € 22 | 1

Platea C Interi € 20 | Ridotti € 16 | 1

I galleria Interi € 14 | Ridotti € 121

 

Prenotazioni stelle 9/1

Vendita biglietti 11/1

Mercoledì 14 Marzo
20:30
Giovedì 15 Marzo
20:30
Venerdì 16 Marzo
20:30
Sabato 17 Marzo
20:30
Domenica 18 Marzo
16:00

«È sempre la famiglia quella che si mette in scena, come se il grande sogno americano non potesse se non partire da lì, dove tutto ha inizio e dove tutto a volte si conclude. Una lunga notte, ancora in compagnia di un fiume di alcool, questa volta con in più anche il senso di una malattia, e la dipendenza da droghe. Anche qui ciò che m’interessa non è tanto uno spaccato americano, per di più in questo caso con personaggi d’origine irlandese, ma la forza dei dialoghi e la possibilità di costruire quattro grandi interpretazioni» scrive nelle note di regia Arturo Cirillo che si appresta a portare in scena “Lunga giornata verso la notte” di Eugene O’Neill, a conclusione di un trittico tutto incentrato sulla drammaturgia statunitense (nelle passate stagioni è stata la volta di Tennessee Williams ed Edward Albee). Nel dramma di O’Neill il regista intravvede un’enorme celebrazione dell’immaginazione, e quindi del teatro stesso, dove i personaggi hanno continuamente un doppio binario di menzogna e verità.

L’autore ha disseminato il testo di accenni autobiografici e ha imposto che non venisse rappresentato che dopo la sua morte: andò in scena nel 1956 con enorme successo, e valse a O’Neill il Pulitzer (il primo tributato postumo nella storia del premio). Come è tipico della sua scrittura, anche in quest’opera – considerata fra i suoi capolavori – egli concepisce il testo come un viluppo di tensioni sempre pronte a scattare, di frustrazioni e di accuse e vi esprime temi fondamentali per il teatro del Novecento, come per quello attuale: il senso di colpa, la solitudine, la frustrazione, la dipendenza.

Il microcosmo malato della famiglia Tyrone, al centro del dramma, è composto da una coppia anziana, James e Mary Tyrone e i loro due figli, Jamie ed Edmund. James viene dalla povertà ma si è guadagnato il benessere: è stato un attore di successo (soprattutto per un tipo di ruolo cui è rimasto fin troppo legato) e vive nella parsimonia e interessandosi a investimenti nei terreni. Al suo fianco Mary, che preoccupa la famiglia per la sua dipendenza dalla morfina, conseguenza di un problema di salute: sempre più assente, vagheggia la sua infanzia serena e le ambizioni di concertista, sacrificate al matrimonio. Ma nemmeno la nuova generazione, quella dei figli, è felice: Edmund, il minore e preferito dalla madre, ha viaggiato a lungo e ritorna gravemente ammalato. Jamie che dovrebbe essere attore come il padre, ha con questi un rapporto conflittuale, soffre del declino della famiglia colpevolizzandosi e cercando conforto nell’alcool. 

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