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  • Crediti

    Di: Carl Zuckmayer
    Versione italiana Lino Carpinteri e Mariano Faraguna

    Regia: Sandro Bolchi

    Interpreti: Renato Rascel, Orazio Bobbio, Carlo Montini, Saverio Moriones, Giorgio Valletta, Mimmo Lo Vecchio, Vittorio Anselmi, Tonino Pavan, Lidia Braico, Luciano D'Antoni, Franco Zucca, Luigi Carani, Gianfranco Saletta, Giovanni Vannini, Piero Padovan, Franco Jesurum, Elio Crovetto, Nino Pavese, Giusi Carrara, Lino Savorani, Ariella Reggio, Elisabetta Bonino, Cesare Polacco, Edwige Stolfa, Enrico d’Ercole, Flavio Dogani

    Scene: Luciano Damiani

    Costumi: Luciano Damiani

    Musiche: Renato Rascel

    Produzione: Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

    Repliche: 0

Carl Zuckmayer (Nacknheim 1896 - 1977) autore drammatico, narratore e poeta tedesco, figlio di un commerciante, combatté sin dal 1918 sul fronte occidentale. In seguito studiò scienze naturali a Francoforte. Trasferitosi a Berlino si dedicò alla produzione drammatica. Fu scritturato da Max Reinhardt al Deutsches Theater, finché i primi successi come autore gli permisero di vivere come scrittore indipendente. Nel 1938 si trasferì in Svizzera e in seguito, privato dal governo nazista della cittadinanza tedesca, emigrò in America. Rientrò in patria nel 1948. Le sue opere variano da un carattere vivacemente popolaresco, come ne L’allegro vigneto (1925), a un tono amaro e crudelmente satirico contro il militarismo e la burocrazia, come ne Il capitano di Köpenick scritta nel 1930. La vicenda di quest’ultima opera si svolge nella Germania del 1900. Sullo sfondo di un militarismo trionfante e di un florido sviluppo economico, il calzolaio Guglielmo Voigt si ingegna per trovare lavoro. Dopo numerose esperienze carcerarie egli, in un paese ove i militari sono considerati dei superuomini, decide di travestirsi da capitano. Solo così riesce alfine a ottenere un passaporto regolare con il quale poter finalmente acquisire il diritto al lavoro.

LO SPETTACOLO E LA CRITICA

La parte migliore dello spettacolo - su quale non mancarono alcune riserve - venne riconosciuta la scenografia di Damiani. «Ciò che assume un ruolo essenziale nell’allestimento è senza ombra di dubbio il lavoro svolto dallo scenotecnico Luciano Damiani» (Rudi Tepper su Il Messaggero Veneto ). «Nell’apologo ci sembra che Bolchi abbia inteso cogliere soprattutto l’impetuosa e gioviale cordialità che si trincera sotto l’apparenza ironica e pungente della lunga peripezia. Soccorso dal bellissimo impianto scenico di Luciano Damiani […], Bolchi ha potuto allestire un girotondo a intrecci multipli. […] Quanto agli interpreti, […] Rascel, in scena dal principio alla fine, dà qui (come era da aspettarselo) la chiara misura della sua estrosa intelligenza immedesimativa esercitata sulla duplice corda della buffoneria e della febbrile tenerezza» (Giorgio Bergamini su Il Piccolo). «Sandro Bolchi ha guidato la regia, presentando lo spettacolo come un esemplare nucleo di situazioni, che debbono essere lette come un preludio all’avventura nazional-socialista. Renato Rascel […] ha colorato di risvolti patetici i momenti della vicenda del calzolaio Voigt in lotta con una struttura burocratica prussiana non certamente disposta a comprendere i segreti drammi spirituali del singolo. Ne è uscito un profilo “mediterraneo” dell’interpretazione con una tendenza a far scivolare nel “vaudeville” tutta la vicenda, mancando quell’obiettivo prefisso e dichiarato della regia che voleva trasfondere tutta l’azione di un certo movimento di atmosfere chapliniane» (Carlo Milic su Il Gazzettino). 

(Paolo Quazzolo)

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