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Crediti
Di: Tullio Kezich, Luigi Squarzina
Dal romanzo di Gustave FlaubertRegia: Giovanni Pampiglione
Interpreti: Mario Maranzana, Vittorio Franceschi, Edoardo Florio, Carla Cassola, Gianfranco Saletta, Riccardo Plati, Betty Chiapatti, Walter Manfré, Pasquale Anselmo, Donatella Calamita, Stelio Candelli, Claudio Misculin, Francesco Pannofino,
Roberto Pagotto, Luciano D'Antoni, Lidia Braico, Tarcisio Bianca, Valentina MagnaniScene: Sergio D’Osmo
Costumi: Sergio D’Osmo, Jan Polewka
Musiche: Alvin Curran
Produzione: Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia
Repliche: 14
Tullio Kezich è nato a Trieste nel 1928. Vasta la sua attività in campo saggistico, sia come critico teatrale sia come critico cinematografico. Ha collaborato con importanti riviste e quotidiani italiani ed è stato direttore di Sipario. Interessante anche la sua attività quale drammaturgo, che lo ha spesso portato a confrontare il mondo letterario con quello teatrale: La coscienza di Zeno (1964), Bouvard e Pecuchet (1968) e Il fu Mattia Pascal (1974). Ha scritto anche alcuni originali televisivi e sceneggiature per film. Bouvard e Pecuchet è tratto dall’omonimo romanzo di Gustave Flaubert (Rouen 1821 - Croisset 1880), edito nel 1881, pubblicato postumo e mai terminato dall’autore. E’ un romanzo d’avventure che vede quali protagonisti due impiegati copisti andati in pensione nel 1840, agli albori dell’industrializzazione. Elaborando i dati sociologici di quel tempo, Flaubert trasporta i due protagonisti nel pieno di quel fenomeno distruttivo che è il consumismo e che diviene consumo dello spirito, della conoscenza e della cultura.
LO SPETTACOLO E LA CRITICA
Sostanzialmente negativo il giudizio espresso da Carlo Milic su Il Messaggero Veneto per questa produzione dello Stabile: «Lo spettacolo è a due voci, senza spalle apparentemente in grado di sopportare nell’arco dello sviluppo dell’azione due protagonisti. […] Maranzana e Franceschi fanno del loro meglio per rendere credibile l’immagine dei due copisti Flaubertiani che scelgono la vita della campagna per fuggire al marasma della grande città e per approfittare della cultura, suggendola alle radici. […] Franceschi meglio, Maranzana un po’ meno, in fondo non è nel loro personaggio una verve incoraggiante, ma chiaramente si trovano di fronte a una prova superiore ai loro mezzi: il pubblico alla fine applaude un po’ per convenzione, come s’usa alla prima, un po’ per simpatia».
(Paolo Quazzolo)