Essere Giorgio Strehler
Inaugurazione mostra e proiezione docufilm nell’ambito di “TSxGS”


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    la mostra è curata dagli artisti Barbara Della Polla ed Ennio Guerrato
    la regia del docufilm è di Simona Risi

Giovedì 25 novembre proseguono al Politeama Rossetti le iniziative del Teatro Stabile che si inseriscono nel progetto promosso dal Comune di Trieste “TSxGS” per ricordare Giorgio Strehler nel centenario della sua nascita avvenuta nel 1921 proprio a Trieste.

L’ingresso è libero con prenotazione consigliata sulla piattaforma Eventbrite: CLICCA QUI

Giovedì 25 Novembre
17:00

Alle 17 sarà aperta al pubblico la mostra “I Piccoli per il fondatore del Piccolo” curata dagli artisti Barbara Della Polla ed Ennio Guerrato, a seguire in Sala Bartoli alle 17.30 sarà trasmesso il docufilm “Essere Giorgio Strehler” introdotto dalla regista Simona Risi e il critico Roberto Canziani.

L'ingresso è gratuito, prenotazione consigliata su EVENTBRITE: clicca qui

 

La mostra

La storica sala teatrale del Politeama Rossetti - 1500 posti e un pubblico colto e consapevole - ha ospitato numerose creazioni teatrali firmate Strehler. Non è dunque un caso che siano stati scelti i suoi spazi per ospitare una mostra che nel foyer esibirà locandine, fotografie e documenti, testimoni delle diverse occasioni di incontro tra gli allestimenti del regista e il pubblico triestino. Oltre a questo il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia prevede un sorprendente allestimento della sala e degli spazi attigui intitolato “I Piccoli per il fondatore del Piccolo”, dove i Piccoli sono proprio quelle marionette di Vittorio Podrecca, che fanno parte del patrimonio artistico tutelato dallo Stabile regionale. Saranno loro a rammentare al pubblico che nel 2021 cade l'anniversario della nascita del fondatore del Piccolo Teatro di Milano. Non con uno spettacolo, però. Si tratterà di un'installazione site- specific a sorpresa, curata dagli artisti Barbara della Polla e Ennio Guerrato, che lascerà nel ricordo degli spettatori contemporanei una vivida memoria del regista e si potrà vedere prima e negli intervalli degli spettacoli in programma allo Stabile regionale, fino alla fine dell’anno del centenario.

 

Il documentario “Essere Giorgio Strehler”

Il documentario è costruito intorno a una serie di interviste registrate tra Parigi, Milano, Dusseldorf nel 1992. A questa importante testimonianza largamente inedita si intrecciano altri materiali d’archivio. In particolare l’archivio del Piccolo Teatro ha raccolto negli anni fotografie, registrazioni di spettacoli e interventi pubblici di Giorgio Strehler.
Ma soprattutto il Piccolo conserva oggetti di scena, costumi e oggetti personali il cui racconto evocativo sarà una delle chiavi visive del documentario.
Dalle teche dell’Istituto Luce provengono altri filmati che permettono di ricostruire i primi anni dell’epopea artistica del Piccolo e del suo regista.
Importante il contributo del Museo Teatrale Carl Scmhidl di Trieste che conserva documenti e fotografie che ripercorrono l’infanzia e la giovinezza di Strehler e la vita della sua famiglia di artisti.

«Sono Giorgio Strehler che vi parla, tra gli scettri e le corone, tra i ventagli e le spade... »

Inizia così, con la voce di Giorgio Strehler che si rivolge direttamente allo spettatore, il documentario dedicato al centenario della nascita di questo artista di cui si è detto e scritto così tanto.
Mentre la camera si muove nel buio, tra oggetti di scena e costumi di spettacoli ormai entrati nel mondo del mito, Strehler ci introduce al suo mondo di sogno, legato alla poesia e all’infanzia, dove gli oggetti e la materia più semplice e ingenua, la carta, il legno, si fanno metafora.
Le sue parole sono accompagnate, come note a piè di pagina, dagli interventi di alcuni intervistati, scelti con cura e in numero limitato per accompagnare e far risuonare i pensieri del Maestro, illuminandone ulteriormente le pieghe più riposte.
Strehler ci porta nei luoghi della nascita e dell’infanzia, a Trieste, e alle immagini del mare e della luce triestina che resteranno sempre una fonte primaria di visioni a cui attingere per le scene dei suoi spettacoli. Ci racconta la sua nascita a Barcola, la zona balneare della città, il suo amore per le barche, il nuoto e l’acqua, il suo elemento.
Insieme alla scrittrice Cristina Battocletti, autrice della più recente e completa biografia strehleriana, ci muoviamo fra Piazza Unità d’Italia, il Molo Audace e il celebre Caffè degli Specchi, alla ricerca dei riverberi di luce, delle luminescenze lattee di albe e tramonti adriatici che poi ritroveremo – in dimensione sublimata, astratta, struggente – nelle scenografie e nel disegno luci degli spettacoli dedicati a Goldoni, dalle “Baruffe Chiozzotte” al “Campiello” all’“Arlecchino” nella versione detta degli addii.

«Il mare - dice Strehler - è un elemento per me essenziale, forse perché sono nato a Trieste, in una città di mare e ho vissuto tutta la mia infanzia sul mare... certamente non è un caso... certe illuminazioni, certi cieli, un certo modo di colorare le cose o di dare luce a determinati paesaggi teatrali, un certo continuo riferirsi ad elementi, che sono della vita, che sono delle nostre giornate, i tramonti le albe i soli , le lune, le notti sono molto presenti nei miei spettacoli... »

È una famiglia cosmopolita, quella di Strehler: nonna materna francese, nonno sloveno, famiglia paterna austriaca. Una babele domestica di lingue, a tratti divertente, ma anche nella tragedia familiare: la morte del padre Bruno, quando Giorgio ha poco più di due anni, lo lascia privo di una grande fonte di affetto, e lo porta a trovare nel nonno Olimpio, musicista, impresario teatrale, antifascista, una figura di riferimento. La madre, violinista di fama, è spesso assente per lunghe tournée, e quando è a casa il piccolo Giorgio, nel buio della camera, trova sicurezza e un antidoto alle paure infantili proprio nel suono del violino nella stanza accanto, e nei piccoli passi di un porcospino domestico, Spiridione, che gli fa compagnia. Un mondo magico e incantato, quello dell’infanzia, che saprà sempre rievocare nei suoi capolavori.

Ed è invece lo studioso triestino Roberto Canziani, fra i documenti preziosi del Civico Museo Teatrale Carlo Schmidl, a introdurre al contesto storico di una città dalle identità fluide.

A Milano, Strehler ragazzino è colpito da una vera e propria epifania teatrale. Vede per caso una messa in scena di un testo poco conosciuto di Goldoni, “Una delle ultime sere di Carnovale”.
Si iscrive alla scuola dei Filodrammatici e poi, in un turbine crescente di eventi teatrali e politici, partecipa alla Resistenza e poi fugge in Svizzera, sempre accompagnato da un teatrino portatile che ha costruito con forbici e cartone, e che illumina con pile elettriche e candele. Un oggetto prezioso che esiste ancora e che faremo rivivere nel buio con tutta la sua forza evocativa.
Strehler rievoca la fondazione del Piccolo: la prima visita in via Rovello, in un mattino di sole. Lui e Grassi sfondano la porta di quello che era stato una caserma fascista, si aggirano persi nell’oscurità, finché un meraviglioso raggio di luce proveniente dall’esterno colpisce all’improvviso il palcoscenico: è il segno che il destino ha ormai deciso per lui.

Alcuni degli artisti che l’hanno accompagnato in alcuni tratti di cammino, come le attrici Giulia Lazzarini e Ottavia Piccolo, e il regista Lluís Pasqual, parleranno del miracoloso equilibrio tra poesia e senso di giustizia sociale che Strehler è stato uno dei pochi artisti a realizzare con compiuta armonia. Nelle messinscena brechtiane, ad esempio, vedremo racchiusa la formula alchemica del teatro d’arte per tutti: cultura che educa divertendo, facendo sognare.

Il teatro per Strehler è la vita. Anzi, la sola vita.

Ezio Frigerio, autore di alcune delle scenografie più celebri di spettacoli di Strehler e suo amico, e Franca Squarciapino, costumista premio Oscar, raccontano proprio quel lato così unico del Maestro: il suo disinteresse radicale per il mondo di fuori. Il suo chiudersi nel buio di stanze d’albergo – fossero a New York o in qualsiasi altro posto del mondo – per rifugiarsi nel suo teatro mentale, quasi che la varietà e il rumore del mondo potessero distorglierlo dalla purezza delle sue visioni, e dalla forza dei suoi sentimenti.

Ma vedremo anche il rovescio di tutto ciò: ricreando alcuni dei suoi trucchi scenici più celebri – come il proiettore di luce puntato in un secchio d’acqua agitata – toccheremo con mano come il massimo della finzione scenica e dell’artificialità, in Strehler, sapessero trasformarsi poi in un estremo di vita pura, in esperienze sensoriali assolute.
La sola forza vitale capace di distogliere Strehler dalla scena, è quella dell’amore. Nelle storie appassionate e totalizzanti con le donne della sua vita ritrovava un contatto fugace con il resto del mondo. Un uomo che ha amato molto, senza riserva, e senza riserve è stato da tutte amato fino al suo ultimo respiro. Lo testimonia la moglie e attrice Andrea Jonasson.

Tutto ciò che restava della sua capacità di affezionarsi, Strehler lo riversò sui suoi grandi maestri, Brecht e Goldoni. Soprattutto nel veneziano, Strehler vedeva sé stesso: la dedizione al lavoro, la concezione totale del mestiere di spettacolo, di tradizione cinquecentesca, che abbraccia l’essere regista, attore, impresario, drammaturgo, musicista.

La leggenda vivente dell’Arlecchino servitore di due padroni, sarà vista con gli occhi degli interpreti storici, rievocando le prime celebri trasferte negli Stati Uniti degli anni Cinquanta, ma anche con le parole di chi mette in scena oggi lo spettacolo-bandiera del Piccolo.

Negli ultimi anni, in mezzo alle amarezze della politica, la scuola del Piccolo è per lui un modo di guardare al futuro in modo più sereno e costruttivo.

Nel rapporto con gli allievi, c’è tutta l’urgenza che Strehler assegnava al lavoro di insegnamento: un dovere mai disgiunto – accanto alla sua proverbiale ruvidità – da una certa tenerezza verso i giovani.

Io credo che sia la cosa più appassionante e la cosa più utile e la cosa più giusta, potere dare quel poco che si è imparato nella vita del teatro, a degli altri molto più giovani di noi , che forse, io spero, continueranno a fare del teatro e a portare avanti il messaggio del Teatro nel mondo.

A rievocare lo Strehler insegnante sarà il regista Stefano De Luca, allievo del primo corso e oggi incaricato dal Piccolo della messinscena attuale dell’Arlecchino, l’ex sovrintendente della Scala Carlo Fontana, ricostruisce invece il contesto che vide Strehler in contrasto prima con il suo partito, i socialisti, poi con le giunte. cittadine.

La parte finale si apre con le parole pronunciate da Strehler durante il periodo di prova dell’opera mozartiana “Così fan tutte”, che non poté vedere in scena. Alle sue riflessioni malinconiche sul genio di Mozart si alterneranno le immagini della prima e dell’ultima prova, quella del 23 dicembre 1997, due giorni prima della morte il giorno di Natale.

Ascolteremo il racconto di chi seguì i funerali e l’omaggio oceanico di Milano al suo regista, fino all’epilogo finale, nel cimitero Sant’Anna di Trieste, dove tutto si chiude, come un cerchio.

Infine, la voce di Strehler, la stessa dell’inizio, ci porterà di nuovo nel buio, tra oggetti di scena, scenografie e costumi del Piccolo.

“ESSERE GIORGIO STREHLER Attraverso il teatro si sono dette le cose più alte sul destino dell’uomo”
regia di Simona Risi
soggetto Didi Gnocchi
sceneggiatura Matteo Moneta, Gabriele Raimondi
3D Produzioni - Piccolo Teatro di Milano

Congratulazioni

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