Play Strindberg
  • Crediti

    di Friedrich Dürrenmatt

    traduzione di Luciano Codignola

    regia di Franco Però

    con Maria Paiato, Franco Castellano, Maurizio Donadoni

    scene di Antonio Fiorentino

    costumi di Andrea Viotti

    musiche di Antonio Di Pofi

    produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Artisti Riuniti

Dal 31/10/2017 al 5/11/2017

Torino

Fonderie Limone
Teatro Stabile di Torino
7/11/2017

Artegna

Auditorium Monsignor Lavaroni
Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia
8/11/2017

Gorizia

Teatro Verdi
Teatro Comunale Giuseppe Verdi
Dal 9/11/2017 al 12/11/2017

Venezia

Teatro Carlo Goldoni
Teatro Stabile del Veneto
14/11/2017

Tolmezzo

Auditorium Candoni
Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia
Dal 17/11/2017 al 19/11/2017

Ferrara

Teatro Comunale
Teatro Comunale di Ferrara
20/11/2017

Russi

Teatro Comunale
Comune di Russi
22/11/2017

Casalpusterlengo

Teatro Comunale
Comune di Casalpusterlengo
Dal 23/11/2017 al 3/12/2017

Milano

Teatro Menotti
Teatro Menotti
Dal 5/12/2017 al 10/12/2017

Napoli

Teatro Bellini
Teatro Bellini
Dal 14/12/2017 al 17/12/2017

Prato

Teatro Fabbricone
Teatro Metastasio Stabile della Toscana
Dal 18/12/2017 al 20/12/2017

Bergamo

Teatro Sociale
Teatro Donizzetti di Bergamo
Alice
Maria Paiato
Edgar
Franco Castellano
Kurt
Maurizio Donadoni

«Dürrenmatt si prende gioco di noi, della nostra vita famigliare, con tutte le armi che gli sono proprie, il sarcasmo, l’ironia che trascolora nel grottesco, il gusto del comico, ma anche la violenza del linguaggio e lo fa prendendo uno dei più formidabili testi di Strindberg, Danza macabra e riscrivendolo dal quel grande costruttore di storie teatrali qual’è. Prende i tre protagonisti – il capitano, la moglie e il cugino/amante che ritorna – e li posiziona sotto le luci glaciali di un ring; seziona il testo strindberghiano e ne tira fuori undici round, intervallati dai gong – proprio come un incontro di boxe o di lotta – con la sola differenza che  i combattenti sono tre. Tutta l’essenza del testo originale rimane, ma Dürrenmatt ne esalta l’attualità, asciugando fin dove è possibile il linguaggio – già di per sé scarno – come in un continuo corpo a corpo, che solo il gong ferma per qualche istante, dando ai contendenti il tempo di un riposo per riprendere fiato e agli spettatori l’attimo di riflessione su quanto, nel round precedente, hanno visto. Sono immagini veloci come flash di una lotta famigliare in cui arriva all’improvviso il desiderato – da entrambi i coniugi – “straniero”, che veste i panni del cugino e rimette in gioco rapporti e conflittualità. Il riso e il pugno allo stomaco, il sorriso e l’amarezza si alternano continuamente su questo palcoscenico-ring, riportando davanti agli occhi dello spettatore gli angoli più nascosti di quel nucleo, amato od odiato, fondamentale – almeno fino ad oggi… – delle nostre società: la famiglia».

Con queste parole Franco Però introduce Play Strindberg il testo di Friedrich Dürrenmatt che porterà in scena dirigendovi nomi di rilievo, sia in ambito teatrale che cinematografico: compongono infatti il cast Maria Paiato, Franco Castellano e Maurizio Donadoni. Il progetto produttivo del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia continua, dunque – dopo la produzione dello schnitzleriano Scandalo incentrato sulle dinamiche interne a una famiglia borghese – a focalizzare l’attenzione sul tema della famiglia, ricorrendo all’aiuto dei grandi “analisti” del teatro del Novecento, al loro sguardo lucido sulla realtà, alla loro capacità di presagire e di parlare anche al nostro tempo. Knock-out nasce al Teatro di Basilea nel 1969, scritta dall’autore svizzero tedesco proprio per quella messinscena (molto applaudita) e tratta dal capolavoro strindberghiano Danza macabra. La pièce – si racconta – viene creata perché Dürrenmatt, che era parte della direzione del teatro, era affascinato dalle possibilità interpretative che Strindberg aveva ideato per gli attori nel dramma originale, ma profondamente insoddisfatto delle traduzioni e degli adattamenti esistenti. Così affronta egli stesso quella materia: ed il risultato si rivela molto più di un adattamento. «Il risultato – commenta infatti il traduttore Luciano Codignola – è un’opera drammatica unitaria, serrata, densa, coerente sul piano stilistico, perfettamente sviluppata come costruzione e di una modernità stupefacente. Al regista e agli interpreti Dürrenmatt ha fornito un pezzo di bravura, una struttura aperta dove possa esercitarsi il virtuosismo degli interpreti (…) Da questo testo, apparentemente così scarno, si può trarre uno spettacolo da togliere il fiato...». E di questo non può stupirsi chi conosce l’ampia e straordinaria produzione drammaturgica di Friedrich Dürrenmatt (da Romolo il grande a Un angelo scende a Babilonia, da La visita della vecchia signora a I fisici), a cui va aggiunta la notevole attività di scrittore di romanzi, racconti, saggi… Fu anche, addirittura, pittore.

Nato nel 1921 a Berna, e morto a Neuchâtelnel 1990, Dürrenmatt si impone come uno dei maggiori interpreti della cultura moderna, che tratteggia e analizza nelle sue opere con sguardo rigoroso e razionalmente scettico, incline al paradosso e anche alla polemica. L’arma del grottesco, del sarcasmo virtuosisticamente manipolato gli serve per smascherare con un sorriso l’ipocrisia del suo tempo. Forte della lezione brechtiana e dell’espressionismo, nonché di una personale maestria nell’uso del linguaggio e delle strutture drammaturgiche affascina con una scrittura forte ed essenziale, allusiva e dal respiro universale. «Nel rappresentare il mondo, al quale mi sento esposto, come un labirinto – scriveva – tento di prenderne le distanze, di fare un passo indietro, di guardarlo negli occhi come un domatore guarda una bestia feroce. E questo mondo, come io lo percepisco, lo metto a confronto con un mondo contrapposto ad esso, e che io mi invento».

Il video di presentazione dello spettacolo

 

 

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